Nascita del progetto

(Aprire il link in una nuova scheda, per sentire l’audio leggendo)  01.Dharti Kunko Aakash Junkai Ho

23/10/2011 Bittur, Langtong, Nepal.

Tessitura della canapa
Tessitura della canapa

La canapa non è per la sopravvivenza ed il miglioramento della qualità di vita solo dei malati…
Molti di voi avranno visto il video “The Hemp Revolution”, del 1995, dove all’inizio e specialmente dal minuto 23, si vedono le comunità di villaggi dell’Himalaya nepalese, precisamente della Tarap Khola Valley, ad un passo dal Tibet, mentre cantando raccolgono e lavorano la canapa secondo metodi millenari.

Vivono ad altezze di 3/4/5000 metri, in una regione secchissima dove il monsone non arriva perchè al di là dell’Anapurna, a quasi due settimane di cammino dalle strade più vicine (ci si arriva attraversando aree in cui si rifugia il leopardo delle nevi), isolati per parte dell’anno, senza elettricità strade acqua corrente nè alcuna presenza istituzionale, o ospedali, poste, telefono, ecc., sono insomma totalmente autosufficienti.
La Trekking Guide edita da Lonely Planet ne parla così: “…al superamento di ogni passo (ce ne sono parecchi da valicare, anche a quote oltre 5000 m/sl) lo scenario muta completamente, ogni valico è più alto ed entusiasmante del precedente, complice l’aria rarefatta e la mistica maestosità dello scenario. Superato l’ultimo, il passo di Dhò, inizia la discesa dall’altra parte, per la valle di Tarap (khola=fiume). Preparatevi a spostare indietro le lancette dell’orologio: di 450 anni.” Il Dolpo non a caso è chiamato “la terra nascosta”.

Quella valle è dominata dall’alto da due antichi piccoli Gompa (monasteri buddhisti), uno della scuola Niang-Ma e l’altro dell’antica tradizione sciamanica Bon-Po, tuttora attivi centri di riferimento per le comunità della valle, di etnia nepalese-tibetana.
Da tantissimi secoli ad oggi, la sopravvivenza di uomini e yak a quelle altitudini è stata possibile grazie alla coltura di due piante soltanto: una particolare varietà di orzo himalayano col quale producono lo Tsampa (è per i tibetani come gli spaghetti per noi, o il riso per i cinesi), e parte del quale va agli yak come foraggio nei mesi invernali, ma soprattutto la canapa, anch’essa nel tempo adattatasi a crescere ad altitudini dove di solito non si trova, e che da sempre in Tarap utilizzano per tutte le loro necessità di cordame, tessuto da lavoro e trasporto, e qualunque capo di vestiario che non sia fatto della loro fantastica lana di yak. Ma la canapa è utilizzata anche come cibo, nutriente e salutare (dai semi, utilizzati in vari modi), come combustibile, per produrre carta, olio per le lampade, stuoie ed altro arredamento, per uso terapeutico e religioso.
Anche perchè non cresce altro, a quella altezza e senza pioggia, nemmeno i cespugli, il paesaggio è lunare.
Si basano da sempre sul lavoro collettivo e gioioso dell’intera comunità, come era anche in Italia il secolo scorso, quando la canapa rivestiva un ruolo di primo piano nella nostra economia pre-industriale.

Verso la metà degli anni ’90, quando il Nepal subiva ancora un rigido regime monarchico, dopo secoli di uso intensivo della canapa per una varietà di prodotti (fino a metà anni ’70 a Kathmandu erano molti addirittura i “Hashish-Ganja government shops”), su pressione statunitense ci fu in tutto il Nepal il tentativo di imporre “manu militari” l’eradicazione ed il divieto di coltivazione della canapa, come raccontato anche nel video. Per i villaggi della Tarap Khola equivaleva ad una condanna a morte, all’estinzione certa, o all’esilio dai loro luoghi ed all’abbandono delle tradizioni ancestrali. Quindi si rifiutarono di obbedire (come tutto il Nepal, nella storia non sono mai stati assoggettati ad alcun impero), si unirono e passarono a pratiche di resistenza e disobbedienza civile, pronti a morire a testa alta difendendo le loro piante e la loro cultura, piuttosto che di fame e privazioni.

Come pazienti ci siamo subito sentiti vicinissimi a loro, e nonostante l’impossibilità di stabilire contatti dall’Italia abbiamo deciso che dovevamo incontrarli, e sostenerli.
Da qui ha avuto origine il progetto sulla canapa solidale, strettamente non-for-profit: sostegno alle comunità himalayane nel mantenimento della loro cultura e coltura della canapa, mettendole in condizione di gestire un’intera filiera produttiva finalizzata all’esportazione in Italia di prodotti tessili e forse di semi o olio, per distribuzione tramite canali equo-solidali ed alternativi, senza intermediari.

Questo progetto è giunto oggi in piena fase esecutiva dopo qualche anno di incubazione, grazie all’impegno volontario personale di pochi, ed al sostegno di un pugno di persone, situazioni ed associazioni amiche e solidali in Italia e, da poche settimane, qui in Nepal. Non si tratta di ‘vendere magliette’ speculandoci e sfruttando la mano d’opera locale, come fanno, per esempio molte Companies nepalesi, americane, cinesi e tedesche, bensì di aiutare le comunità a sostenersi e difendere la loro coltura tradizionale, coinvolgendole direttamente e procurando sbocchi di mercato ai loro manufatti e ad altri nuovi, di proporre loro di confezionare felpe, maglie, borse e quant’altro secondo le richieste ed i modelli da noi forniti, di eliminare gli intermediari e creare un rapporto diretto produttore – acquirente solidale, garantendo la gestione diretta dell’intera filiera produttiva alle comunità stesse, quindi col massimo valore aggiunto per il ‘prezzo sorgente’ riconosciuto ai coltivatori-produttori, la massima trasparenza, un approccio per quanto possibile anti-commerciale.

La reazione dei ‘villagers’ incontrati finora è molto positiva ed entusiasta, non vedono l’ora di iniziare.

Nel frattempo la dittatura del Re/divinità (induista) in terra è finita, dopo anni di guerriglia e le prime libere elezioni nella storia qualche anno fa, ora i nepalesi stanno scoprendo il significato della parola ‘diritti civili’: di parola, di scrittura, di autodeterminazione, di vita sociale. Ovunque nei villaggi visi aperti e sorridenti, sul tetto del mondo la gente è serena fantastica e cordialissima, una immediata trasmissione di fiducia e buon umore.

In gran parte derivato direttamente dagli ex-guerriglieri, il nuovo governo democratico ha posto i villaggi himalayani, reale cuore del Paese, il loro sviluppo eco-sostenibile, la loro salvaguardia e quella della bio-diversità e dell’ambiente, come anche la creazione di infrastrutture e la scolarizzazione in loco, come priorità assolute dell’agenda politica, di cui già si vedono effetti.
Forse perchè è proprio nella enorme fascia di villaggi himalayani e sub-himalayani, che è nata la loro lotta di liberazione. Quasi ogni remota casa ha il suo bravo pannello solare e quindi luce elettrica, si vedono moltissimi ponti sospesi pedonali fatti con funi e pavimentazione di acciaio, il segnale GSM è sempre più diffuso (non così la connessione internet…), i bambini vanno a scuola, magari con tripli turni in un unico nuovo piccolo edificio ma sempre vicini al loro habitat ed alle loro radici.
Considerate che il Nepal secondo i dati Onu è il decimo più povero Stato del pianeta, dei 49 più poveri, e che le aree dei villaggi sono le più povere del Paese. In molti distretti si tratta di sopravvivenza alimentare quando si parla di coltivazione della canapa, con gli uomini emigrati, le famiglie ‘displaced’ dopo anni di guerra, le donne da sole a dover lavorare per dar sostentamento ai figli.

Oggi, però, la causa dell’abbandono della lavorazione della canapa sta diventando il mercato globale. Se ancora la fibra viene utilizzata nei villaggi remoti per le proprie necessità familiari, la sua lavorazione con metodi millenari non può certo competere con le produzioni tessili cinesi o indiane, quando si tratta di sbocchi di vendita ma anche sempre più di autoconsumo. Se dalla fibra, estratta dalla pianta e filata (che già non è lavoro di poco conto), per produrre il tessuto ci vogliono giorni e giorni di lavoro per una quantità che una macchina industriale produce in pochi minuti, e lo stesso dicasi per il confezionamento di singoli capi di vestiario, a loro restano solo due opzioni. Lavorare in condizione di iper-sfruttamento (da parte di intermediari che acquistano il prodotto grezzo o intermedio a prezzi da fame per portarlo a lavorare a Kathmandu o in occidente), o circoscrivere la produzione al sempre più limitato utilizzo locale, abbandonandolo comunque rapidamente per diventare clienti del mercato globale.
Noi non vogliamo certo lavorare per la prima opzione, e riguardo la seconda faremo il possibile per contribuire nel nostro piccolo a scongiurarla, difendendo l’economia della canapa per il miglioramento delle condizioni delle comunità himalayane, che da sempre vivono a stretto contatto con questa risorsa inesauribile ed ecosostenibile.