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Ponti, non muri…

Ponte Nepal-Italia Canapa Solidale
Ponte Nepal-Italia Canapa Solidale

(Aprire il link in una nuova scheda, per sentire l’audio leggendo)   #K bhanu yastai 6 dherai bhayo unlai phon haneko bestako beatai

Il cammino può essere difficile, l’arrivo sarà ancora più bello.

 Un misto di nuovo e di antico
Qui la canapa si chiama ancora “Gàza” (dal sanscrito Ganja), come nell’800 all’ospedale  “Incurabili” di Napoli diretto dal dott. Salieri, nei cui resoconti sopravvissuti al rogo della letteratura sulla canapa si legge che, per trattare la molteplicità di patologie e disturbi per i quali nell’ospedale si utilizzava la canapa, la “erba gàza importata dall’oriente” era terapeuticamente più efficace e potente, ma anche ben più costosa, rispetto alla canapa italiana autoctona. Così (per ragioni di bilancio dell’ospedale) scoprì che bastava aumentare i dosaggi in proporzione, per ottenere risultati paragonabili utilizzando la più economica canapa locale.

Sembrerà quindi incredibile visto dall’Italia, dove è opinione comune che il Nepal sia il paradiso della canapa e della tolleranza, ma qui il proibizionismo si allarga di fatto a tutti gli usi della pianta, anche quelli che sono leciti in tutto l’occidente, compresi l’olio ed i prodotti alimentari dai semi. Decenni di pressioni e minacce economiche degli Stati Uniti sul regime teologico-monarchico, ed infine anni di guerra ‘civile’ (People’s Liberation Army contro l’esercito del Re), e la pianta spontanea più diffusa del Nepal è rimasta relegata ad una questione anti-traffico di droga, una reliquia del passato, con i suoi usi tradizionali soppiantati dalla “modernità”. La produzione di un po’ di tessile commerciale viene accettata solo perchè è un best-seller per quegli strampalati di turisti occidentali, nelle boutique degli alberghi a 5 stelle o nei negozi più esclusivi di Thamel. Ai villaggi himalayani è tuttora consentito utilizzare le tantissime piante di canapa spontanee di cui sono circondati per produrre cibo stoffa carta olio ecc., ma solo per proprio uso interno, mentre per vendere questi prodotti su scala nazionale, o anche solo per trasportarli a Kathmandu, servono precise autorizzazioni (che vengono richieste e concesse solo raramente, da progetti ben sponsorizzati ed export o tourism-oriented). Chi chiede le autorizzazioni necessarie si espone a controlli e sospetti, e quindi sono tutti ancora molto timorosi di fare i primi passi necessari. Coltivare la canapa apposta per utilizzarla, poi, è vietato per tutti: salvo eccezioni nei villaggi più alti del Dolpo, ed in pochi altri casi dove per motivi climatici o d’altitudine la canapa è una delle poche piante che si riescono a coltivare, si utilizzano solo quelle piante che vivono nel loro habitat selvatico, nel solco dell’utilizzo tradizionale nepalese delle “wildplants”. La competizione dei maggiori produttori tessili del pianeta, Cina ed India, entrambi vicini del Nepal, sta dando il colpo finale alle lavorazioni tradizionali della canapa, che resistono solo a km. 0 in aree molto remote ed inaccessibili. Sembrano comunque ben avviate a scomparire del tutto anche lì, quando gli anziani saranno morti e si sarà persa ogni conoscenza e memoria.

Questo è il quadro di partenza che ci si trova davanti, non è certo dei più incoraggianti per un progetto di produzione e commercio equo-solidale di piccolissima scala, che voglia far migliorare la qualità di vita nei villaggi. Per produrre capi di vestiario in canapa da distribuire in Italia ci sono due opzioni. Comprarli a carissimo prezzo da negozi del centro di Kathmandu, arricchendo imprenditori che spesso si limitano ad importare e rivendere tessuti di canapa dalla Cina, contribuendo a compromettere la già fragile economia della canapa nepalese, oppure creare dal nulla una mini-filiera autorizzata, con tutti i problemi burocratici che comporta tra l’altro l’acquisto ed il trasporto di macchinari idonei fin su nei villaggi di montagna. Le associazioni nepalesi che partecipano al progetto, ci aiuteranno a chiedere le autorizzazioni necessarie alla coltivazione di canapa per utilizzi leciti, legati all’export in Italia (carta, olio, bio-plastiche ecc.): questo muro va abbattuto, se davvero si vuole sostenere la cultura tradizionale e l’economia dei villaggi. Per cominciare, intanto si sta utilizzando il lavoro manuale dei villagers in possesso delle antiche conoscenze, per tessere la tela più robusta e grezza, anche se il costo da riconoscere loro è alto perchè il lavoro manuale è lungo (proveremo a fare giubbotti da moto tosti ed impermeabili naturali, che sostituiscano il più delicato cuoio). Per la canapa tessuta più fina, ho visitato le poche cooperative dei villaggi che si autogestiscono qualche macchinario, il lavoro è lungo e difficile.

Con il ricavato dalla vendita dei prodotti della prima spedizione si affronteranno i passi successivi, se in Italia l’iniziativa avrà il successo ed il sostegno che merita.